Da Matteo Fantuzzi quanto di buono offre la poesia italiana contemporanea. Forse.
per contatti o per richiedere Kobarid (seconda edizione - Raffaelli, 2008 - Premio Camaiore Opera Prima, Premio Penne Opera Prima): matteofantuzzi@yahoo.it
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Massimo Sannelli, Santa Cecilia e l’angelo, Atelier, Borgomanero 2005, pp.48. Di Stefano Guglielmin.
Leggere in chiave il libro di Sannelli, significa coglierne la tonalità in senso musicale; e pensare al mondo e alla parola come a qualcosa che si mette in scena, che mette sé alla ribalta da un oscuro già da sempre perduto. Ma è possibile anche attraversare l’opera scegliendone l’archetipo dominante; ecco allora il padre quale voce autorevole che orienta il ‹‹cucciolo›› (p.5), padre che addita i modi per armonizzarsi al reale (come l’angelo nel dipinto di Carlo Saraceni, che pare aiuti Santa Cecilia ad accordare il liuto), ma anche padre-tiranno, da assassinare: ‹‹l’èdito, re, significa reazione;/ il primato è dei libri›› (p.5), scrive l’autore in un distico che cripticamente intreccia una preoccupazione tutta interiore con quella, destinale, di Èdipo re (evocato per paronomasia), che reagisce a Tiresia, a Laio e alla verità della Pitia (anch’essa padre più che madre, autorità che esilia anziché rifugio), assecondando involontariamente un futuro già scritto. Ecco dunque ‹‹il primato›› del libro, di quanto insomma, per propria natura, cresce indipendente dal suo autore, come uno strumento che infine metta a lato il suo liutaio, o lo immerga in un reticolo in cui l’identità salti, si sfaldi, per ricomporsi nel diktat pàtrio dell’intreccio melodia-armonia. E infatti, ‹‹primo è il padre›› recita un verso che aduna a sé ‹‹coreuti e coro››, con esplicito riferimento ai parametri della tragedia greca quale ermeneutica del quotidiano, di ‹‹quello che esiste” (p.18) e fa penare. Eppure, come già annunciato, in Santa Cecilia e l’angelo, la vita è sogno e il mondo teatro, con rinvio limpido all’immaginario barocco (del quale, non a caso, il veneziano Saraceni fu ottimo testimone), quel barocco con le sue rose - dai Metafisici inglesi all’Adone mariniano - che in Sannelli sono l’equivalente del fior di loto nel più famoso degli OM buddisti, ossia luminosa bellezza radicata nell’oscurità fangosa: ecco allora ‹‹dalla/ mala-spina la bella rosa” (p.6), ‹‹... Dalla spina dura/ la maggiore delle rose›› (p.7) e, con variante metrica, ‹‹Dalla spina/ dura la maggiore/ delle rose... ›› (p.38).
Quest’ultimo esempio ci immette bruscamente nel laboratorio del poeta, là dove si cesella l’infinità del possibile in varianti che incantano, come appunto accade sia nella poesia barocca e sia qui, dove l’a-capo trasforma un aggettivo qualificativo, ‹‹dura››, in un verbo, quest’ultimo ad indicare temporalmente la sopravvivenza della bellezza (‹‹la maggiore delle rose”) nel tronco spinoso e robusto che la sostiene (la ‹‹spina››, pensata come spina dorsale che consente la felice durata del fiore). Il Barocco cui riferisce Massimo Sannelli, tuttavia, non ha nulla del pomposo ed effimero gioco di corte seicentesca, non è il luogo protetto in cui il genio dell’autore s’immortala attraverso lo stile, ma semmai con quest’ultimo egli lotta per non sprofondare, per non esserne annullato. La musica che ne esce contiene tutta la spigolosa fatica necessaria a fronteggiare tale evenienza, essendo appunto l’effetto sonoro della resistenza identitaria al suo dilaniamento, con tutto il rumore meccanico che ciò comporta, quasi a voler mettere l’artificio stilistico là dove natura vorrebbe altra fluidità: viene in mente lo scappamento degli orologi a molla, che blocca per un secondo lo scorrere del tempo universale, così scandendo la dimensione minuscola dei mortali, che da essa traggono l’ordine, sia pur precario, per sopravvivere. Appunto a questo, secondo Sannelli, serve ‹‹l’ingegno›› dei singoli: a migliorare l’abbraccio di tutti gli esseri umani (p.5 e p.28), così che la poesia, come scrive Giampiero Marano ne La parola infetta (NEM, 2003, p.134), incontri finalmente la comunità, senza temere ‹‹l’impura fisicità del contatto›› ed il fecondo fraintendimento inscritto in ciascuna finitezza.
