UniversoPoesia

Da Matteo Fantuzzi quanto di buono offre la poesia italiana contemporanea. Forse.

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lunedì, 26 settembre 2005

Massimo Sannelli, Santa Cecilia e l’angelo, Atelier, Borgomanero 2005, pp.48. Di Stefano Guglielmin.

Leggere in chiave il libro di Sannelli, significa coglierne la tonalità in senso musicale; e pensare al mondo e alla parola come a qualcosa che si mette in scena, che mette sé alla ribalta da un oscuro già da sempre perduto. Ma è possibile anche attraversare l’opera scegliendone l’archetipo dominante; ecco allora il padre quale voce autorevole che orienta il ‹‹cucciolo›› (p.5), padre che addita i modi per armonizzarsi al reale (come l’angelo nel dipinto di Carlo Saraceni, che pare aiuti Santa Cecilia ad accordare il liuto), ma anche padre-tiranno, da assassinare: ‹‹l’èdito, re, significa reazione;/ il primato è dei libri›› (p.5), scrive l’autore in un distico che cripticamente intreccia una preoccupazione tutta interiore con quella, destinale, di Èdipo re (evocato per paronomasia), che reagisce a Tiresia, a Laio e alla verità della Pitia (anch’essa padre più che madre, autorità che esilia anziché rifugio), assecondando involontariamente un futuro già scritto. Ecco dunque ‹‹il primato›› del libro, di quanto insomma, per propria natura, cresce indipendente dal suo autore, come uno strumento che infine metta a lato il suo liutaio, o lo immerga in un reticolo in cui l’identità salti, si sfaldi, per ricomporsi nel diktat pàtrio dell’intreccio melodia-armonia. E infatti, ‹‹primo è il padre›› recita un verso che aduna a sé ‹‹coreuti e coro››, con esplicito riferimento ai parametri della tragedia greca quale ermeneutica del quotidiano, di ‹‹quello che esiste” (p.18) e fa penare. Eppure, come già annunciato, in Santa Cecilia e l’angelo, la vita è sogno e il mondo teatro, con rinvio limpido all’immaginario barocco (del quale, non a caso, il veneziano Saraceni fu ottimo testimone), quel barocco con le sue rose - dai Metafisici inglesi all’Adone mariniano - che in Sannelli sono l’equivalente del fior di loto nel più famoso degli OM buddisti, ossia luminosa bellezza radicata nell’oscurità fangosa: ecco allora ‹‹dalla/ mala-spina la bella rosa” (p.6), ‹‹... Dalla spina dura/ la maggiore delle rose›› (p.7) e, con variante metrica, ‹‹Dalla spina/ dura la maggiore/ delle rose... ›› (p.38).
Quest’ultimo esempio ci immette bruscamente nel laboratorio del poeta, là dove si cesella l’infinità del possibile in varianti che incantano, come appunto accade sia nella poesia barocca e sia qui, dove l’a-capo trasforma un aggettivo qualificativo, ‹‹dura››, in un verbo, quest’ultimo ad indicare temporalmente la sopravvivenza della bellezza (‹‹la maggiore delle rose”) nel tronco spinoso e robusto che la sostiene (la ‹‹spina››, pensata come spina dorsale che consente la felice durata del fiore). Il Barocco cui riferisce Massimo Sannelli, tuttavia, non ha nulla del pomposo ed effimero gioco di corte seicentesca, non è il luogo protetto in cui il genio dell’autore s’immortala attraverso lo stile, ma semmai con quest’ultimo egli lotta per non sprofondare, per non esserne annullato. La musica che ne esce contiene tutta la spigolosa fatica necessaria a fronteggiare tale evenienza, essendo appunto l’effetto sonoro della resistenza identitaria al suo dilaniamento, con tutto il rumore meccanico che ciò comporta, quasi a voler mettere l’artificio stilistico là dove natura vorrebbe altra fluidità: viene in mente lo scappamento degli orologi a molla, che blocca per un secondo lo scorrere del tempo universale, così scandendo la dimensione minuscola dei mortali, che da essa traggono l’ordine, sia pur precario, per sopravvivere. Appunto a questo, secondo Sannelli, serve ‹‹l’ingegno›› dei singoli: a migliorare l’abbraccio di tutti gli esseri umani (p.5 e p.28), così che la poesia, come scrive Giampiero Marano ne La parola infetta (NEM, 2003, p.134), incontri finalmente la comunità, senza temere ‹‹l’impura fisicità del contatto›› ed il fecondo fraintendimento inscritto in ciascuna finitezza.

Postato da: matteofantuzzi a 06:44 | link | commenti (40) |


Commenti
#1    26 Settembre 2005 - 07:04
 
Associazione Culturale Milanocosa
Il pomeriggio del dì di festa

Poesie di domenica

a cura di Luigi Cannillo e Adam Vaccaro

Festa come riposo e divertimento. Fuga dal feriale quotidiano, quando è possibile. La festività può essere altrimenti vissuta anche come sospensione di sé, assenza temporanea dal mondo.

E tra le feste la più ricorrente, la domenica, crea piccole abitudini indipendenti, cura di sé, rigenerazione, anche se con effetto a termine; ma stimola anche una specifica riflessione, stretta com’è nella morsa degli altri giorni della settimana. Un ripiegamento verso la memoria recente e remota, una sorta di bilancio, incalzato dagli impegni di domani. L’impulso a cogliere ciascun attimo delle ventiquattro ore, sia nei loro aspetti rituali (familiari o amorosi) che in quelli eccentrici, soprattutto se collocato in un contesto metropolitano, tende a rovesciarsi facilmente in gusci solitari, case e tempo riempiti di ozi alienati, giochi isolati e frustrati, delusione, perfino tedio e ansia.

La poesia, con la sua parola inquieta, è scrittura sensibile proprio per la sua forza evocatrice, che tende a sollecitare riflessione sul vissuto individuale e su esperienze collettive. Proprio la sua caratteristica di percezione e testimonianza la rende un tramite prezioso per indagare e comunicare la vivacità e l’inquietudine dei giorni, nell’incontro conviviale, nell’ascolto e nel confronto di letture ed esperienze.

Programma degli incontri

Domenica 9 ottobre – ore 17.00

Gladys Sica

Michelangelo Coviello

Fabio Pusterla

Domenica 6 novembre – ore 17.00

Gilberto Finzi

Umberto Fiori

Dario Capello

Domenica 4 dicembre – ore 17.00

Lelio Scanavini

Ida Travi

Tomaso Kemeny

Libri e Caffè

Via P. Maestri, 1 (ang. Viale Premuda) – 20129 Milano - Tel. 02 76016131

Info: Milanocosa: info@milanocosa.it - T. 024459577 – 347 4680465
utente anonimo

#2    26 Settembre 2005 - 11:39
 
Grazie dell'attenzione dedicata al parsifal.
Marco Merlin
utente anonimo

#3    26 Settembre 2005 - 14:48
 
un saluto a marco, e un ringraziamento ancora colpevolmente non compiuto a stefano guglielmin per questo inedito sul libro di massimo sannelli.
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#4    26 Settembre 2005 - 14:49
 
tempo fa ero intervenuto sul forum che Il ramo d'oro ha organizzato sul linguaggio. Massimo Dagnino che lo gestisce mi ha inviato la risposta di Nicola Bucci a un mio commento avvenuto proprio qui su UniversoPoesia.

La domanda è sottile, caro Matteo.Ma nell’accezione di Benjamin che ha, come esempi Walser e Kafka, pura prosa significa il superamento della stessa distinzione tra prorsus e versus. Perciò il tema della pura prosa è per Benjamin connesso con l’idea di una lingua che si comunica, che comunica solo e sempre a se stessa. Ma ciò mette in gioco il rapporto che ogni lingua ha con la facoltà di linguaggio con la sua costitutiva afasia. Perciò l’uomo è infans. Essere come un bambino, un barbaro, nella propria lingua, fare esperienza di un’afasia che è indiscernibile dalla propria facoltà di parlare. In questa esperienza, in questo uso minore della lingua, è in gioco allora l’assoluta contingenza, il farsi e il disfarsi della lingua stessa. Quando la lingua comunica unicamente se stessa, essa diventa una lingua straniera, non dice, non nomina, ma balbetta. (N.B.)
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#5    26 Settembre 2005 - 15:01
 
ringrazio anch'io matteo per la gentilezza che possiede e per la stima che nutre nei miei confronti. Credo che la poesia serva a questo: a fare incontrare le persone, a costruire ponti su cui passare pacificamente, ciascuno con il proprio zaino sulle spalle pieno di parole e cose, pieno di voglia d'incontrare altri pellegrini, perfetti nella loro, spesso sofferta, viandanza.
gugl
utente anonimo

#6    26 Settembre 2005 - 15:03
 
si parlava ovviamente di prosa poetica, di prosa e di verso.

tra le altre cose questo mi ha fatto venire in mente l'intervento che feci su yale italian poetry 5/6 dove oltre a pubblicare le mie poesie mi chiesero appunto un parere a proposito della prosa poetica e io citai il notissimo esempio dell'Addio monti de I promessi sposi (e una serie d'altre cose).

è la chiosa del balbettio di bucci personalmente a farmi davvero riflettere, una lingua in grado di effettuare quanto richiesto nella volontà del verso deve essere quindi forse quella della poesia. certo non un puro esercizio ma l'unione indivisibile di un percorso fatto di forma e di sostanza. allora ecco la poesia allontanarsi da certi meccanismi "sperimentali" per assumere un senso più ampio, e francamente per me anche più vero.

questa è in effetti una risposta "da blog" (e prometto di rifletterci ulteriormente): il forum de Il ramo d'oro che caldamente vi invito a visitare e che sebbene nel terreno del web certo ha una concretezza da rivista cartacea nei prossimi giorni ospiterà un intervento di fabio agostini -autore di saggi negli ultimi anni stampati da misesis- su linguaggio ed esigenza
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#7    26 Settembre 2005 - 15:08
 
grazie stefano per questa bella immagine, che continua in quell'ideale linea di percorso che tanto anche a me sta a cuore.
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#8    26 Settembre 2005 - 19:26
 
Caro Matteo,
grazie per aver segnalato nel tuo sito Il Forum "sul linguaggio" (con tanto di invito a visitarlo).

Un caro saluto
Md
utente anonimo

#9    27 Settembre 2005 - 06:42
 
chiedo scusa del lapsus, massimo dagnino è il curatore, non il gestore del forum (ovviamente di differenza ce n'è parecchia)
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#10    27 Settembre 2005 - 09:34
 
Caro Matteo,
sei più che scusato. Grazie ancora per la segnalazione.

un caro saluto
Md
utente anonimo

#11    27 Settembre 2005 - 09:50
 
mi riallaccio alla chiosa
"(...)così che la poesia, come scrive Giampiero Marano ne La parola infetta (NEM, 2003, p.134), incontri finalmente la comunità, senza temere ‹‹l’impura fisicità del contatto›› ed il fecondo fraintendimento inscritto in ciascuna finitezza.

e vi giro questa considerazione di Scarpa:

La letteratura non abbandona mai il corpo a sé stesso, non nutre mai l'intelletto disincarnato.
Gli scrittori non sono intellettuali: sono corpali, corpuali, corporali, esseri corpoverbali, individui logosomatici dove linguaggio e corpo
si patiscono a vicenda.

Tiziano Scarpa da: "Cos'è questo fracasso?"

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#12    27 Settembre 2005 - 11:59
 
è vero che i poeti sono corpoverbali, ma la loro poesia, sempre parafrasando Marano, spesso traccia un cordone sanitario nei confronti della comunità. Un caso esemplare fu petrarca.
gugl
utente anonimo

#13    27 Settembre 2005 - 14:24
 
bella riflessione di Scarpa.
utente anonimo

#14    27 Settembre 2005 - 14:25
 
e brava Sleep
utente anonimo

#15    28 Settembre 2005 - 00:01
 
Bravi tutti!
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#16    28 Settembre 2005 - 08:24
 
Interessante
utente anonimo

#17    28 Settembre 2005 - 13:13
 
Riflessioni sul settimo numero della rivista di cultura e letteratura

“PaginaZero-Letterature di frontiera”

Martedì 4 ottobre - ore 21 - Enoteca – Via Cividale 38 – Buttrio (UD)

Intervengono

Mauro Daltin

Alessandra Kersevan

Maurizio Mattiuzza

Angelo Floramo

Presentazione di PaginaZero all’interno della manifestazione “Le Nuvole”, una miscela di incontri e eventi a cavallo fra musica, prosa e poesia organizzata dall’Associazione Musicisti Tre Venezie e curata da Rocco Burtone. Sarà presentato il progetto della rivista e in particolare il numero 7. Di seguito la scheda relativa al numero e alle tematiche che verranno affrontate durante la serata.

L'Editoriale di Mauro Daltin inoltra nella realtà del numero: i luoghi e non luoghi della nostra società e il ruolo della letteratura e della poesia come attività di resistenza. Nella sezione Saggi Angela Barlotti ci parla dal carcere attraverso le parole dei detenuti che raccontano i loro viaggi oltre il limite fisico del luogo. Melita Richter conversa con la scrittrice del Marocco Toni Maraini lungo le suggestioni di una cultura e di un luogo di frontiera. Nella rubrica Storie le testimonianze del brasiliano Alberto Chicayban e di Monica Berno ci parlano delle loro esperienze dirette nei campi profughi della ex-Jugoslavia con gli aiuti umanitari. Paolo Fichera nelle pagine di Poesia introduce la voce di uno dei più grandi poeti americani, Jack Hirschman e del suo Arcano, un grido contro la guerra devastante nel non luogo del Kosovo. Maurizio Mattiuzza, che cura il Forum, mette a confronto due importanti scrittori, Bozidar Stanisic´ e Josip Osti, sui non luoghi della nostra società e del nostro vivere quotidiano. Nei Dialoghi Mauro Daltin intervista lo scrittore iracheno Jabbar Yassin Hussin esiliato quasi trent'anni fa in Francia che racconta il suo esilio e il suo pensiero sull'attuale situazione mondiale. Infine la rubrica Letture è dedicata alle recensioni di Matteo Fantuzzi, Massimo Sannelli, Maurizio Mattiuzza e Tiziana Cera Rosco.

L’ingresso è libero. L’uscita pure

www.rivistapaginazero.net

redazione@rivistapaginazero.net

Info: Mauro Daltin: 3402445710

utente anonimo

#18    28 Settembre 2005 - 21:03
 
Botta e risposta tra me e Merlin...

Fate un salto?
utente anonimo

#19    28 Settembre 2005 - 21:04
 
la firma...

andrea margiotta
utente anonimo

#20    28 Settembre 2005 - 23:26
 
bel sito...

vorrei linkarlo nel mio blog se è possibile... fatemi sapere...

un mezzo poeta
utente anonimo

#21    29 Settembre 2005 - 06:42
 
certo che puoi linkarlo, ci mancherebbe (vale per tutti).

*

è uscito il numero 32 di voci della luna, all'interno il resoconto dell'incontro a lubiana lo scorso maggio c/o l'istituto italiano di cultura (con mia foto tra due grandi della letteratura slovena come ciril zlobe e jolka milic, ottime persone. insomma una foto di quelle che ti rendono felici), ma anche inediti di mario fresa con mia introduzione che non so proprio proprio proprio proprio quanto gli farà piacere.
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#22    29 Settembre 2005 - 06:46
 
sulla questione margiotta-merlin (in rigoroso ordine alfabetico): prossimamente (presto) come già promesso uno spunto dal primo articolo di margiotta sull'argomento e pure qualche riflessione mia a proposito (se no che ci sto a fa' ?)

sempre qui, su UniversoPoesia: 24 h su 24 (in effetti mi sento un poco la vaudetti)

ah ah ah...
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#23    29 Settembre 2005 - 09:57
 
sul numero in edicola di Stilos trovate "Il catalogo delle voci" di davide Bregola sui poeti migranti in italia, quando ho tempo ve lo posto ;-p
Monica
utente anonimo

#24    29 Settembre 2005 - 10:16
 
Grande Monica. Ma Bregola non è un narratore?
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#25    29 Settembre 2005 - 11:43
 
ricorda quanto fatto da nuovi argomenti coi narratori mi sa. monica per cortesia posta solo chi c'è, non i contenuti se no stilos ci frigge !
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#26    29 Settembre 2005 - 15:37
 
Ultima mia risposta a Merlin sul blog, poi rinuncio...
Saluti a tutti
ma soprattutto al ciclista Fantuzzi...

andrea margiotta
utente anonimo

#27    30 Settembre 2005 - 07:15
 
sì bregola è un narratore ma ora esce con questo "il catalogo delle voci", dove Bregola dialoga con nove poeti migranti.I c.d. poeti creoli o meticci, tra gli altri: Vera Lucia De Oliveira (Brasile), Arnold De Vos (Olanda), Marcia Theophilo (Brasile), Alexandra Dadier (Francia), Rosana Crispim Da Costa (Brasile), Jean Robaey (Belgio), Barbara Serdakowski (Polonia), Nader Ghazvinizadeh (Iran), Gezim Hajdari (Albania)
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#28    30 Settembre 2005 - 13:39
 
Invito a parlare della recente antologia critica
Parola plurale, ed. Sossella, pp. 1182.

(Curatori: alfano, minciacchi, baldacci, cortellessa, m. manganelli, r. scarpa, zinelli, zublena)

(antologizzati:

viviani
conte
cucchi
coviello
reta
cavalli
de angelis
frabotta
sovente
prestigiacomo
lamarque
d'elia
magrelli
valduga
ottonieri
frasca
scarabicchi
benzoni
benedetti
salvia
damiani
villa
pagnanelli
held
pusterla
fiori
de signoribus
buffoni
e. testa
tripodo
a. fo
mesa
frixione
durante
voce
baino
gentilomo
berisso
pierno
pinto
nove
lo russo
grisoni
rentocchini
cecchinel
de vita
nadiani
villalta
dal bianco
anedda
paolo febbraro
trinci
bonito
zuccato
gardini
inglese
lombardo
biagini
frene
maccari
fusco
santi
giovenale
sannelli)
utente anonimo

#29    30 Settembre 2005 - 14:26
 
L’iniziativa editoriale Poesia Italiana E-book

www.cepollaro.it/poesiaitaliana/E-book.htm

è alla terza uscita.

Sono on line da ottobre 2005 i seguenti titoli liberamente scaricabili in pdf:

Ristampe

Benedetta Cascella, Luoghi Comuni, 1985

Giuliano Mesa, Schedario, 1978

Inediti

Sergio Beltramo,Capitano Coram
Gherardo Bortolotti, Canopo
Alessandro Broggi, Quaderni aperti
Sergio La Chiusa, Il superfluo
Luigi Di Ruscio, Iscrizioni, inedito, 2005
Giorgio Mascitelli, Biagio Cepollaro e la Critica (1984-2005)
utente anonimo

#30    30 Settembre 2005 - 15:37
 
Cavolo, un altro bel covo di poeti. Provengo da altro spazio, dove ho letto di una nuova antologia. Qui si da' il replay della notizia: deve essere un evento grosso. E, a quanto asserisce l'autore dell'ultimo commento, qui, viene proprio da dire: Mo' boia d'un mond leder, son tutti poeti in Italia!
Un bacio profondo al gestore di questo blog.
Nonantolese
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#31    30 Settembre 2005 - 15:43
 
Cazzo matteo, un bacio profondo... chissà fino dove...
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#32    30 Settembre 2005 - 17:17
 
:-o
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#33    30 Settembre 2005 - 17:27
 
Io mi ricordo che questa nonantolese intervenne qualche tempo fa sul sito di Filippo davoli, se non erro, e mi pare di ricordare che non ricevette grandi apprezzamenti, per usare un eufemismo dell'eufemismo...
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#34    30 Settembre 2005 - 19:43
 
però, se posso dire, qualcuno di fuori che porta aria diversa non fa male, ogni tanto.
gugl
utente anonimo

#35    30 Settembre 2005 - 22:33
 
Caro Matteo,
qui c'è la risposta di Nicola Bucci sia a te che all'utente che citava Scarpa. (Un caro saluto Massimo Dagnino)


Che il verbo si è fatto carne, che il linguaggio è una potenza del corpo, e indisgiungibile da esso, è fuori di dubbio. Ma che il linguaggio sia incarnato in un corpo di cui esprime la potenza significa altresì che non abbiamo il linguaggio come una proprietà inalienabile, ma sempre e solo nel modo della potenza. Il poeta è proprio colui che si arrischia fino ai limiti del linguaggio, in cui tocca la sua pura potenza, e la cui lingua non è altro che una potenza del corpo, il parlare umano è già sempre consegnato alla sua impossibilità e impotenza.

L’appello al contenuto, contro lo sperimentalismo formale di certe avanguardie poetiche, mi pare un po’ fuori luogo rispetto al dominio della nostra discussione sulla pura prosa. Quando mai si è detto che la lingua che comunica se stessa, secondo una formula che non è nostra ma di Benjamin, sia una lingua priva di senso? È anzi proprio il senso, e la sua logica, come direbbe Deleuze, che sono qui massimamente in questione. Mi stupisco inoltre che si usino metafore ontologiche (anzi “ontiche”) cioè che ci si appelli a qualcosa come una sostanza quale presupposto non linguistico senza cui il linguaggio sarebbe un mero suono privo di senso, riaffermando quanto già pretendeva Aristotele nella sua dimostrazione per confutazione del principio di non contraddizione. Dire e toccare uno per poter pronunciare su quell’uno proposizioni dotate di senso e significato: en semainein, kath’enòs semainein. Tutt’altro è l’atto di prender la parola, nella poesia e nella nostra quotidiana prassi linguistica. Altra è la dimensione del senso e della varità che è qui in gioco.

Ormai da tempo questo modello della logica aristotelica è stato accontanato, e con esso l’idea che il linguaggio, in quanto linguaggio significante, ossia non vacuo, sia il linguaggio intenzionale denotativo, che suppone una sostanza extralinguistica, una cosa, come correlato della parola, sempre un una relazione biunivoca e isomorfica, qui le cose, là le parole, che suppone il linguaggio come specchio del mondo (inutile ripetere che l’eterna aporia di questo linguaggio intenzionale denotativo è quella dell’irriducibilità della denotazione alla significazione). La poesia confuta da sempre questo pregiudizio della logica estensionale classica, mostrando invece la dimensione paraestetica, agrammaticale, intensiva del senso, ossia la dimensione sensibile in cui il senso letteralmente si incarna. Perciò la poesia è più che mai vicina alla nostra quotidiana prassi linguistica, a quel rapporto tra regola ed eccezione, che introduce nel linguaggio uno scarto per cui ne và del suo uso. The use is the meaning. Dovremmo pensare una poesia capace di assumere la concettualità del discorso filosofica, che può dire tutto a condizione che ponga altresì a tema preliminarmente il fatto che se ne parla, e una filosofia il cui discorso, la cui prosa, insista in quell’esitazione tra il suono e il senso che, per Valery, caratterizzava la poesia.

Nicola Bucci.
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#36    30 Settembre 2005 - 22:50
 
Sono infinitamente d'accordo...
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#37    01 Ottobre 2005 - 16:03
 
sarà profondo fino a nonantola. da me saranno un 50-70 km. dici poco ? (non siamo più degli scolaretti, evitiamo commenti di cotal natura, ragazzacci...)

e firmatevi: nome e cognome per cortesia. fate i bravi.

il libro di cortellessa e co. lo leggerò quando mi arriverà, perchè la luca sossella ha comunicato che me lo manda ergo come qualsiasi cosa va letta e poi se ne parla.
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#38    01 Ottobre 2005 - 16:09
 
ah sì e della cosa di bregola beh, per conoschenza consiglio di cuore hajdari (besa e fara), ma anche ghazvinizadeh che pubblica per una casa editrice micronima, giraldi ("arte di fare il bagno") e pure jean robaey che è dentro alla rivista frontiera, mentre della de oliveira e de vos ho parlato su voci della luna che poi anche bregola via chiara cretella ha diciamo un punto d'unione. insomma consiglio la lettura.
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#39    01 Ottobre 2005 - 16:12
 
per nicola bucci che ringrazio della risposta, beh sì: sinceramente ho un'idea personalissima di lingua come strumento della sostanza poetica, potrà essere un poco vecchiotta o retrò non discuto minimamente ma è quella che ho sempre usato e davvero è una mia sincera e opinabile opinione (complimenti per il lavoro che fate con il ramo d'oro e mi raccomando a tutti di seguire quel luogo con cura che ha uno spessore francamente in area internet difficile da trovare)
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#40    01 Ottobre 2005 - 16:55
 
Caro Matteo,
grazie per la nota a seguire il tipo di Forum inpostato per il ramo d'oro e grazie per l'ospitalità. Un caro saluto, Md
utente anonimo

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